Il chirurgo palermitano che batte l'ernia: "Opero alla schiena passando dall’ombelico"

Ad adottare questa tecnica, già rodata in pochi ospedali italiani, è il professore Giovanni Grasso, del Policlinico: "Si opera un piccolo taglio - dice a PalermoToday - riuscendo così a ridurre i tempi di recupero al minimo"

Il professore Giovanni Grasso

Operare alla schiena passando dall’ombelico. Per i profani della chirurgia potrebbe sembrare insolito, visto che la storia della medicina ha consolidato nell’immaginario comune una postura supina sul lettino operatorio per gli interventi di ernia. Eppure al Policlinico di Palermo, unico centro in Sicilia, la chirurgia spinale va veloce verso il progresso e strizza l’occhio al futuro grazie all’Alif -  anterior lumbar interbody fusion - una tecnica che permette di intervenire sull’ernia del disco di un paziente per via anteriore e non posteriore. 

Ad adottare questa tecnica, già rodata in pochi ospedali italiani, è il professore Giovanni Grasso, docente universitario di Neurochirurgia, che insieme al suo team ha già operato con successo due pazienti affetti da ernia del disco. “Si tratta di un intervento che prevede il riallineamento della colonna vertebrale per via addominale - spiega il Professore Grasso a PalermoToday -. Si opera un piccolo taglio per via para-ombelicale e si permette di ridurre i tempi di recupero al minimo”. Un intervento dunque che, non interessando i muscoli intorno alle vertebre della schiena, permette di ridurre al minimo la sofferenza del paziente dopo l’operazione garantendogli così un recupero piuttosto rapido. 

Un piccolo taglio all’altezza dell’ombelico, uno slalom tra gli organi e nessuna lesione a tessuti o muscoli dunque. “La vera difficoltà di questa tecnica sta nel percorso - puntualizza il professore del Policlinico -. La schiena viene raggiunta dall’addome, si fa una vera e propria gimcana tra organi e membrane e si raggiunge il punto esatto della lesione sulla quale si deve intervenire. I visceri vengono spostati. Per via posteriore non si può togliere tutto il disco. In questo caso invece le vertebre vengono dolcemente divaricate per permettere di rimuovere il disco malato e di sostituirlo con uno nuovo”. 

Una tecnica ‘mini-invasiva’, un’ora e mezza circa d’intervento - ovviamente a seconda di casi e circostanze - che permette di curare anche pazienti anziani od oncologici. “E' una procedura che molte neurochirurgie non fanno perché bisogna conoscere molto bene questa strada, questo percorso - precisa il neurochirurgo palermitano -. In sala operatoria infatti è necessaria una stretta collaborazione con il chirurgo vascolare (garantita al Policlinico dal dottor Mario Bellisi). Dobbiamo essere tutti pronti ad intervenire laddove ce ne fosse bisogno”. 

Un modo per tenere alto il nome della sanità palermitana e scongiurare migrazioni sanitarie verso altri centri. Perché le attività svolte dalla Neurochirurgia Universitaria del Policlinico sotto la guida del direttore Iacopino e del suo vice Grasso si allineano agli standard chirurgici internazionali. “Questa tecnica è particolarmente indicata nelle discopatie degenerative di alto grado, nelle recidive di ernie del disco, nelle instabilità vertebrali e in tutti quei casi in cui bisogna ristabilire la giusta distanza tra le vertebre e ripristinare una giusta curvatura”, conclude il professore.

Ancora al Policlinico, lo scorso febbraio, è stato sempre il professore Grasso ad effettuare il primo intervento di neurochirurgia da svegli su un paziente affetto da un tumore al cervello. L’intervento chirurgico, sperimentato per la prima volta in città, si chiama “awake surgery” e permette di preservare alcune funzioni cerebrali che, in anestesia totale, potrebbero venire compromesse. In quel caso il paziente rispondeva agli impulsi dell’equipe che, durante l’intervento, gli chiedeva di ripetere le tabelline. 
 

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