Dottoranda libica libera, presentato appello: "Rischi concreti, torni in carcere"

La Procura contro la decisione del gip di non convalidare la carcerzione di Khadiga Shabbi, accusata di istigazione a commettere atti di terrorismo. Per i pm sono stati provati i tentativi di entrare i contatto con i foreign fighters e propagandare il messaggio jihadista

Il tribunale di Palermo

Prosegue senza sosta il braccio di ferro tra Procura e l’ufficio del gip di Palermo sulla scarcerazione della ricercatrice universitaria libica. E’ stato depositato ieri l’appello contro la decisione del gip su Khadiga Shabbi, 45 anni, fermata con l'accusa di istigazione a commettere atti di terrorismo. Nell’atto viene ribadito che le contestazioni non si basano su considerazioni di una generica pericolosità, bensì sui rischi concreti connessi alla permanenza in libertà della donna. La ricercatrice - secondo il pool coordinato dal procuratore Leonardo Agueci - non si sarebbe limitata ad approvare i proclami dell’Isis e, dunque, il suo non sarebbero un reato d’opinione.

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Con questa spiegazione i pm hanno chiesto al Riesame di predisporre nuovamente l’arresto e la carcerazione di Shabbi. Nelle tredici pagine del ricorso presentato la Procura sostiene che la libica utilizzi sui social "frasi che incitano a intraprendere atti sovversivi di vero e proprio terrorismo e di affermazione della violenza più truce e spietata: anche la semplice condivisione pubblica di tali messaggi costituisce reato". I pm sono convinti che la Shabbi abbia "mostrato la sua vicinanza ed appartenenza alle milizie islamiche estremiste impegnate nella guerra in Libia, soprattutto con riferimento a Ansar Al Sharia Libya, qualificata come organizzazione terroristica anche dall'Onu".

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Allo stesso modo, aggiungono ancora i pm, sono stati provati i tentativi di "intrattenere contatti con foreign fighters ritornati in Europa", propagandando inoltre e diffondendo "il messaggio jihadista di lotta contro i miscredenti". Il gip che non ha convalidato la scarcerazione, Fernando Sestito, ha concordato sulla gravità degli indizi, ma ha ritenuto sufficiente l’obbligo di dimora. Una circostanza che non le impedirebbe di comunicare "attraverso altre forme più difficilmente intercettabili (Whatsapp, Viber ed altre)" e di fare anche "rimesse dirette di denaro a soggetti all'estero". Su questi punti si è innescato lo scontro tra gip e Procura. Il Procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, infatti, subito dopo la decisione aveva commentato duramente l’accaduto.

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