Amore, tradimenti e pallottole: tre condanne a 10 anni per la sparatoria di via Brigata Aosta

Il gup ha condannato per tentato omicidio Silvestro Sardina, il cugino Juzef e il padre Francesco Paolo. I fatti risalgono al 2 gennaio 2018, con gli spari iniziati in strada e terminati sulle scale del "palazzo di ferro". Decisivo il racconto di una bambina

Francesco Paolo Sardina, Jouzef Sardina e Francesco Paolo Sardina

Dieci anni ciascuno ai tre imputati per la sparatoria di via Brigata Aosta. Si conclude così il processo di primo grado per l’episodio che ha rischiato di trasformarsi in un bagno di sangue per una storia di amore e tradimento. Il gup Maria Cristina Sala ha condannato Silvestro Sardina (detto Silvio), il cugino Juzef (detto u’ tunisino) e il padre Francesco Paolo (conosciuto come Paoluzzo), accusati di tentato omicidio aggravato dai futili motivi e dalla premeditazione.

La sparatoria risale al 2 gennaio dello scorso anno. Le volanti e la Squadra Mobile sono intervenute nel “palazzo di ferro” dopo una telefonata arrivata da una cabina telefonica: “Correte in via Montalbo, c’è una sciarra e sono con le pistole in mano. Correte subito perché ci saranno più omicidi”. A impugnare la pistola, secondo quanto ricostruito dai sostituti procuratore Giulia Beux e Giorgia Spiri, sarebbe stato Silvestro Sardina, accecato dalla rabbia dopo aver scoperto che la sua compagna lo aveva tradito.

L’obiettivo era Gaetano La Vecchia, che abita nello stesso palazzo. Durante la sparatoria, iniziata in strada e finita lungo la tromba delle scale, Silvestro Sardina avrebbe esploso almeno 13 colpi con una pistola semiautomatica calibro 9 e un revolver calibro 38. I primi proiettili hanno raggiunto casa di Francesco Fragale. Poi Sardina sarebbe salito per le scale raggiungendo l'abitazione della madre, Teresa Caviglia, colpendola di striscio a un braccio. A quel punto arriva al quarto piano dove abita proprio La Vecchia, cognato di Fragale, che viene raggiunto nella zona dello scroto.

Una carneficina mancata alla quale hanno assistito numerosi testimone, tra cui alcuni bambini. A illuminare le indagini è stata la figlia di uno dei feriti, nonostante la mamma e la nonna l’avessero messa in guardia: “Mi avevano detto di non raccontare quello che avevo visto e saputo perché altrimenti mi rinchiudevano in una comunità”. Ma il ricordo di quelle scene è rimasto impresso nella sua mente, tanto da consentirle una lucide ricostruzione dei fatti.

“Stavo andando dai miei nonni - ha raccontato davanti alla polizia e alla Procura - e ho visto nella scala un ragazzo che saliva armato con una pistola. Alla mia vista si è alzato il giubbotto come a nascondersi, ma io l’ho riconosciuto perché è un nostro amico. Qualche giorno prima io e la mia famiglia siamo andati insieme alla fiera di Natale. Quando l’ho visto si è nascosto la pistola dietro la schiena. Mentre mi trovavo nel terrazzo e giocavo con mia cugina (in casa dei nonni, ndr) ho sentito due botti provenire dalla scala. Rientrando in casa ho visto mia nonna che sanguinava da un braccio. Mi sono messa a piangere e mio nonno per tranquillizzarmi mi ha subito abbracciata”.

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