Il Commento, ventennale Borsellino con occhi da educatore

Con piacere pubblichiamo l'intervento del dott. Sergio Fenizia, insegnante di scuola primaria su una lettura in chiave moderna ed educativa delle stragi di Falcone e Borsellino

Sergio Fenizia

Quel delitto “qualsiasi”, maturato nella Milano di via Padova dei nostri giorni, poteva divenire l’occasione della sua vita: dimostrare di essere un giudice vero. Un giudice che risponde alla propria coscienza, piuttosto che adeguarsi a prassi consolidate, funzionali alla carriera.

Valeva la pena giocarsi la promozione per un immigrato?

Doni, il giudice protagonista del più recente romanzo di Giorgio Fontana, “Per legge superiore”, era combattuto tra l’accettazione di una verità (solo) processuale, e il rischio di avventurarsi nella ricerca di una verità “sostanziale”, pur senza violare le norme processuali. Come ho scritto altrove, questo agile volume, pubblicato da Sellerio, può offrire nuovi spunti per vedere in Falcone e Borsellino gli interpreti di uno spartito suonato in modo unico. Infatti, molti hanno avuto tra le mani strumenti analoghi, ma solo loro hanno ottenuto certi risultati, lasciandosi coinvolgere non solo come tecnici, ma come persone con tutto il bagaglio di valori che portavano con sé.

A vent’anni dall’evento che commemoriamo oggi, vorrei proporne una lettura fatta con occhi da educatore, una tra le tante che insegnanti come me potrebbero proporre. Soprattutto quest’anno, in cui tante scolaresche d’Italia sono state coinvolte in manifestazioni gioiose (e doverose), c’è il rischio che, nel commemorare uomini e donne che hanno dato la vita per servire la società, si finisca col lasciare negli studenti solo il ricordo di una forte emozione. Ma i nostri studenti hanno anche bisogno di nutrimento per la propria intelligenza, di ragioni profonde per scegliere comportamenti giusti, anche quando non sono di moda.

Il romanzo di Fontana, stimolando una riflessione aperta al senso della legge e della coscienza, può dire qualcosa a loro, ma anche a chi è impegnato nella formazione dei futuri giuristi ed economisti. L’attuale contesto socio-economico, infatti, non evidenzia la necessità di una maggiore formazione economica, giuridica e finanziaria sotto il profilo tecnico, bensì sotto il profilo filosofico, etico, morale. E’ alla luce di questi, quindi, che occorre orientare i giovani. I responsabili delle note catastrofi economiche e finanziare erano considerati esperti nel loro settore. Ma erano privi di una dimensione etica in cui inquadrare le proprie conoscenze. Dimensione che non esclude ma almeno diminuisce il rischio di un impiego di alte competenze tecniche per fini malvagi. Non possiamo sottovalutare un tale rischio per i nostri studenti.

Occorre quindi evitare di ridurre l’educazione a istruzione o, peggio, ad addestramento. La mera istruzione può essere trasmessa senza un coinvolgimento della persona del docente, senza una sua presa di posizione sia pure implicita su questioni di valore, su ciò che è bene e su ciò che è male. L’educazione, invece, è un’attività più propriamente umana, i cui frutti apprezziamo nella vita ammirevole di tante persone più o meno note.

È per questo che a scuola non ci si può limitare a parlare di Falcone e Borsellino come se ne parla in tv, in Internet o sulla stampa. Nella calma e nella serenità che l’ambiente scolastico consente, si può fare di più. Si potrà riflettere sulla gerarchia dei valori, si potrà trasmettere per osmosi l’amore per ciò che è buono, per ciò che è vero, per ciò che è bello, mostrando come questi valori sono incarnati, anche oggi, da persone ben concrete.

Come ho sottolineato altrove, l’ammirazione per Falcone e Borsellino non deriva dal fatto che hanno combattuto la mafia. Infatti, combattere una forma di criminalità organizzata, in astratto, potrebbe farlo anche chi aspira a soppiantare una forma di potere con un altra. Invece, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, li ammiriamo (anche) perché è verosimile che abbiano combattuto la criminalità mafiosa nell’àmbito di un loro impegno ben più ampio per la giustizia.

Se la strada privilegiata per la realizzazione del “dare a ciascuno il suo” (in cui consiste la giustizia) è il rispetto delle norme stabilite dalle legittime autorità, non si può negare che in certe situazioni bisogna sapere sacrificare la propria carriera o il proprio prestigio sociale (o la propria vita) per non vedere compromessa la propria coscienza. Sono le situazioni in cui l’intelligenza rileva un contrasto tra la legge naturale e quella vigente in un dato luogo o contesto. A Capaci come in via D’Amelio, ciò che maggiormente turba l’opinione pubblica non sono i crimini in sé, quanto piuttosto che qualcuno arrivi a un tale oscuramento della propria coscienza, da ritenere che esista qualche valore che giustifichi l’uccisione di un innocente.

Per questo molti ritengono che contribuire alla formazione di una retta coscienza nei propri alunni non può esulare dall’orizzonte professionale degli insegnanti. In questa prospettiva si muovono le migliori scuole italiane, come quella, palermitana, che nella propria offerta formativa prevede che “I docenti […] si distingueranno per competenza scientifica e per rettitudine nel compimento dei propri doveri, curando di essere con il loro esempio e con il loro contegno maestri di vita oltre che di sapere”. Scuole come queste potranno darci i Falcone e i Borsellino di domani.

 

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