Denunciò il pizzo al Borgo Vecchio, cancellata cartella esattoriale da 5 mila euro

Protagonista della vicenda Daniele Ventura, 31 anni, che nel 2010 denunciò la "visita" degli estorsori nel suo bar. Prima è stato emarginato dal quartiere, poi dimenticato dalle istituzioni. Dopo l'articolo di PalermoToday la Consap gli ha comunicato di aver annullato l’iscrizione a ruolo

Daniele Ventura

Ha dovuto aspettare quasi 2 anni, ma alla fine la cartella esattoriale da 5 mila euro gli è stata cancellata. Qualcuno si è ricordato di Daniele Ventura e della sua storia. Ma solo dopo che questa è stata raccontata da PalermoToday. Il 31enne che nel 2010 ha denunciato il pizzo a Borgo Vecchio prima è stato emarginato dal quartiere, poi ha perso il lavoro e il bar aperto (il New Paradise in via Principe di Scordia) con grandi sacrifici e infine - come ultima beffa - ha ricevuto una cartella esattoriale. Nessuna delle massime cariche di Stato, Regione e Comune ha trovato il tempo di riceverlo per discutere insieme la sua situazione e trovare una soluzione: “Quello che non hanno fatto, infischiandosene delle mie difficoltà, siete riusciti a farlo voi con il vostro lavoro giornalistico. Denunciare il racket è l'unica cosa giusta da fare, ma con il senno di poi non consiglierei ad altri di fare lo stesso”, dice amaramente Daniele Ventura.

La storia

Anni fa il 31enne aveva aperto un bar a Borgo Vecchio. Dopo aver investito tutti i suoi risparmi si è ritrovato a dover affrontare gli emissari inviati da Cosa nostra: "Ma tu vai a casa delle persone senza chiedere il permesso?". Prima di denunciare gli episodi alle forze dell’ordine il giovane imprenditore ha ceduto: "Avevo appena iniziato ad ingranare con il lavoro. Sul momento, per paura che potesse succedere qualcosa, gli ho dato i soldi. Poi ho subito deciso di reagire". Così ha raccontato tutto ai carabinieri e, successivamente, ha partecipato al processo nato dopo gli arresti dell’operazione Hybris del 2011, puntando il dito contro i suoi aguzzini in un’aula di tribunale.

Al termine del processo, insieme alla condanna di aumento pena per Nunzio La Torre, il giudice ha stabilito un risarcimento danni da 20 mila euro per Ventura. A quel punto l’imprenditore, assistito da AddioPizzo, è riuscito anche ad accedere al Fondo di solidarietà per le vittime di richieste estorsive. La Consap, un anno dopo, ha deliberato l’elargizione di oltre 50 mila euro (neanche metà dell’investimento sostenuto per l’apertura del bar e l’acquisto delle attrezzature) in quanto vittima di “attenzioni mafiose”. Soldi che sarebbero dovuti servire per pagare i debiti o per un nuovo investimento.

In un secondo momento la documentazione inviata da Ventura, "colpevole" di aver contratto debiti a nome della moglie, è stata considerata incompleta. "La spiegazione è molto semplice: senza garanzie a me non avrebbero concesso alcun prestito, mentre lei aveva una busta paga. Ma su ogni fattura è indicata la ragione delle le spese, sostenute esclusivamente per l'avvio e la gestione del bar". L’imprenditore, secondo la Consap, avrebbe utilizzato correttamente solo 6 mila euro, chiedendogli dunque di restituire il resto. “Mi è arrivata una cartella esattoriale di quasi 5 mila euro che non so come pagare. Ecco come viene tutelato chi denuncia", aveva raccontato a PalermoToday.

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La Consap: "Cartella cancellata"

Secondo l'avvocato che lo ha assistito per conto di AddioPizzo, Paola Tripi, la Consap aveva agito correttamente applicando - forse in maniera restrittiva - le regole prefissate. Da allora Ventura è sprofondato nuovamente nello sconforto, fino al giorno in cui ha deciso di scrivere la sua storia alla redazione di PalermoToday. Qualche mese dopo la pubblicazione dell’articolo “Denuncia il pizzo al Borgo e finisce sul lastrico: ‘Ho chiuso il bar e affogo tra i debiti'”, la Consap è tornata a farsi sentire per una buona notizia: "Gentile signore, con la presenta si comunica che è stata annullata l’iscrizione a ruolo della cartella in oggetto”.

Istituzioni assenti

Questa è stata l’ultima lettera, ricevuta agli inizi di luglio, che ha fatto tirare un sospiro di sollievo al 31enne. Prima di allora, nero su bianco, gli avevano "dato picche" un po’ tutti, dal presidente della Repubblica a quello del Senato, passando per la Camera dei deputati, la Regione e il Comune. “Voglio anzitutto rassicurarla - scriveva a maggio il capo servizio del segretariato generale della Presidenza della Repubblica Anna Maria Monrchio - riguardo all’attenzione che la Presidenza della Repubblica riserva al suo caso. Per quanto riguarda il desiderio da lei espresso di essere ricevuto dal presidente Mattarella sono spiacente di informarla che purtroppo non è possibile soddisfare la sua richiesta a causa degli impegni istituzionali già da tempo fissati”. Ed è solo una delle sette consegnate dal postino.

L'incontro con Orlando

L’unico a mostrare un’apertura, alla vigilia delle elezioni, è stato il sindaco Leoluca Orlando: “Mi ha ricevuto e ha ascoltato la mia storia. Mi ha detto: ‘La tua denuncia è per me un titolo di merito, ma non sono sicuro che gli imprenditori possano condividere il mio pensiero’. Da allora non ho avuto più sue notizie”.

L'aiuto di Cutrò

A seguire il caso di Daniele Ventura c’è anche Ignazio Cutrò, ex imprenditore originario di Bivona e presidente dell'Associazione nazionale testimoni di giustizia. Con il tempo lo slogan utilizzato per raccontare la sua guerra alla criminalità organizzata è diventato: “In culo alla mafia”. "Un cittadino che fa il proprio dovere - spiega Cutrò a PalermoToday - dovrebbe essere un orgoglio per la sua comunità. Le istituzioni non si possono permettere di abbandonare chi denuncia, perché dietro un imprenditore c’è soprattutto un padre di famiglia. E’ tremendo pensare che ci siano cittadini di serie A e di serie B. Facciamola cambiare questa terra, mettiamo al centro delle nostre attenzioni le vittime di mafia. Mi auguro che l’iniziativa parlamentare dell’onorevole Rosy Bindi (Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia, ndr) non resti incagliata al Senato. Nel testo sono inserite alcune misure per il reinserimento sociale e lavorativo, misure di sostegno economico e altro ancora, come l’assegnazione di beni confiscati alla mafia. Non abbiamo più bisogno di gente che indossa il cappotto dell’antimafia che puzza ancora di naftalina”.

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