Una partita a calcio con papà in carcere: a Palermo i detenuti giocano con i figli

Doppia iniziativa: all'Ucciardone e al Pagliarelli. Un progetto unico in Italia e in Europa, quella della onlus Bambinisenzasbarre, che si batte per il diritto dei piccoli a mantenere la relazione genitoriale anche in carcere. L'intervista alla presidente Lia Sacerdote

Porte aperte al carcere Ucciardone e al Pagliarelli per "La partita con papà": i figli degli ospiti della casa circondariale hanno incontrato i genitori per giocare a pallone. Si tratta dell'iniziativa ideata curata dall'associazione Bambinisenzasbarre, impegnata nella tutela dei bambini figli di persone detenute, offrendo sostegno psicopedagogico. Sabato è toccato all'Ucciardone, oggi al Pagliarelli. Quest’anno sono state organizzate 58 partite in altrettante carceri e città, da Milano a Palermo, con circa 2.900 bambini e 1.400 detenuti.

In Italia ci sono 100 mila bambini che hanno il papà o la mamma in carcere. Migliaia di bambini che per questo sono emarginati, rischiano di sentirsi diversi, crescono sperimentando l’assenza e tante domande dalle difficili risposte. Per loro e per i loro diritti è impegnata da quasi vent’anni la onlus Bambinisenzasbarre, che – tra le altre attività – ha avviato questo progetto di solidarietà a tutt’oggi unico in Italia e in Europa che permette a genitori detenuti e figli di poter giocare una partita a calcio in carcere. Giunta ormai alla quarta edizione consecutiva, “La partita con papà” rappresenta un momento eccezionale di incontro tra bambini e genitori e al tempo stesso è l’occasione per promuovere sensibilità su un tema importante come quello dell’inclusione sociale e delle pari opportunità per tutti i bambini, anche per i figli dei detenuti.

“Il calcio fa parte della nostra cultura e quello di poter giocare una partita è uno dei desideri che bambini e papà esprimono più spesso: ‘Dopo, quando saremo fuori, giocheremo a calcio’”, racconta a Today, Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre, nata nel 2000 all’interno di una rete internazionale di cui fanno parte 17 paesi, che si batte per il mantenimento della relazione genitoriale, focalizzando la propria attenzione sui figli dei detenuti perché “i bambini proprio sono un po' il paradosso di questa situazione: in carcere di fatto ci vanno gli adulti ma ci entrano anche i bambini, che lo subiscono”.

“E’ un diritto dei bambini poter mantenere la relazione genitoriale anche in carcere. La separazione dai genitori è formativa, fa parte di un percorso autonomo di crescita ma quando c’è un genitore in carcere ciò non avviene, perché quella è una separazione coatta. Ci sono ad esempio papà che entrano in carcere quando il figlio sta appena nascendo e continueranno a vederlo soltanto restando in carcere, avendo per anni questo unico tipo di relazione. I bambini vengono emarginati, spesso non raccontano la loro storia, la vivono come un segreto che però vorrebbero raccontare”, dice Sacerdote, sottolineando da un lato la “grande difficoltà che queste persone incontrano nel continuare a fare il padre o la madre anche durante la separazione operata dal carcere” e dall'altro che i bambini figli di detenuti “non sono diversi dagli altri”. “Questo per noi è fondamentale”, ribadisce.

Senza “buonismi” né “assistenzialismo”, quando varcano la soglia del carcere i bambini trovano grazie alla onlus “personale specializzato ad accoglierli, in grado di rispondere ad esempio alle tante domande che hanno, senza però sostituirsi ai genitori, per aiutarli nei momenti di spaesamento, soprattutto all’inizio – spiega - I bambini sono l’anello più debole e hanno bisogno di attenzione. Un sistema totale come il carcere deve attrezzarsi per poterli accogliere e considerare la loro presenza.  E’ una trasformazione culturale, il carcere non si può cancellare ma si può riconsiderarlo all’interno del contesto sociale”. 

“La partita con papà” risponde proprio a queste esigenze. Le porte del carcere si aprono ai bambini per permettere loro di poter trascorrere una giornata “speciale” insieme ai papà, giocando insieme: quello che fuori è la normalità, in carcere diventa un momento eccezionale. Organizzata dalla onlus in collaborazione con il ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, è nata nel 2015 con appena 12 istituti, coinvolgendo 500 bambini e 250 papà detenuti. Dietro, ricorda Sacerdote, “c’è un grande lavoro da parte degli istituti” e possono partecipare “tutti i papà-detenuti perché tutti i figli dei detenuti sono uguali”. Quest’anno in uno degli istituti ci sarà anche una squadra composta da bambine per giocare insieme ai papà e sempre da quest’anno è stata creata la “tessera del tifoso”, il cui ricavato contribuirà alla realizzazione delle partite su tutto il territorio nazionale. 

Bambinisenzasbarre lavora anche con le detenute. Ad esempio, sono attivi dei laboratori per lavori di gruppo per realizzare degli “oggetti-messaggi”, oggetti di stoffa creati a mano da far avere ai propri figli fuori dal carcere. “Ho assistito alle consegne di questi oggetti-messaggio, è toccante, è come se vedessero lì la mamma”, dice Sacerdote. Lo scorso 20 novembre la Onlus ha sottoscritto il rinnovo del Protocollo d’intesa-Carta dei figli di genitori detenuti, con il Ministro di Giustizia, Alfonso Bonafede, l’Autorità garante per l’Infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano. La Carta promuove l’attuazione concreta della Convenzione ONU sulla tutela dei diritti dei bambini e adolescenti, agevolando e sostenendo i minori nei rapporti con il genitore detenuto e indicando forme adeguate per la loro accoglienza in carcere.

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Commenti (8)

  • Avatar anonimo di Figlio di vittima di un detenuto
    Figlio di vittima di un detenuto

    E il figlio di una vittima del detenuto, ora che papà non c'è l'ha più, con chi gioca? Col carnefice di suo padre o col figlio del carnefice?

    • Con la moglie del carnefice.

  • Sperando che da grandi non si ritrovino sullo stesso campo...

    • Che imbecillità

  • Sarebbe fondamentale garantire SEMPRE al detenuto la possibilità di godere dei propri affetti. Quello dei figli, dei parenti, del partner (ivi compresa la possibilità di consumare rapporti sessuali). Ovviamente, nei limiti e secondo le modalità imposte dallo stato di carcerazione. Sarebbe un passo in avanti fondamentale verso la civilizzazione della detenzione in Italia. E servirebbe a scongiurare la totale alienazione del detenuto, uno dei fattori che possono determinarne la recidivitá. Oltre ad una afflizione psicologica ULTERIORE rispetto a quella imposta dalla privazione della libertà personale. In quest' ottica,questa iniziativa è di fondamentale importanza.

    • ma quando mai.non è un albergo il carcere

      • Marcello, sono pienamente d’accordo con te, i vari gradi di pena implicano vantaggi o meno al detenuto, il carcere non è un “albergo” come dice sto qua, ma è pur vero che a pagare non possono essere anche partner e figli. Un legame interrotto non si ripristina dopo anni di assenza!

        • Si risparmierà sugli assistenti sociali.

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