Venditti fa 70 anni: "Mio nonno? Un principe palermitano molto amico di Pirandello"

Il cantautore si è raccontato a Vanity Fair, nel numero in edicola da oggi. E rivela le sue origini palermitane, così come aveva raccontato nel concerto dello scorso agosto davanti ai tremila del Castello a Mare

Antonello Venditti

Un po' principesco e un po' palermitano. E' il sangue di Antonello Venditti che dopodomani compirà 70 anni. Il cantautore si è raccontato a Vanity Fair, nel numero in edicola da oggi mercoledì 6 marzo. Venditti ha parlato di tutto. Dai propositi di suicidi fino al successo, ottenuto da "grande". "Cicciabomba" - così come lo chiamavano da piccolo - rivela le sue origini palermitane, così come raccontato nel concerto dello scorso agosto davanti ai tremila del Castello a Mare. In una delle sue tante apparizioni nel capoluogo siciliano.

"Da piccolo ero infelice - ha confessato Venditti -. Vivevo di cose non dette, di insicurezze, di soliloqui tra me e me. Wanda Sicardi, mia madre, era la più grande grecista del ’900. Figlia di nonna Margherita, una donna di Olevano Romano che non aveva studiato e come in una favola si era sposata con il principe palermitano Rivarola di Roccella, molto amico di Pirandello. La nonna aveva cucinato per tutta la vita crescendo la figlia a lezioni di lingue e ricamo, come si faceva con le signorine per cui ogni sacrificio è lecito. Con mamma avevo un rapporto complicato".

Il problema a cui da ragazzo cercava la soluzione, spiega nell’intervista a Malcom Pagani, era “la mia infelicità… Da adolescente grasso, se parliamo di bullismo, non avevo niente da invidiare a nessuno. Ero tra quelli che sentivano le risatine al loro passaggio e se una ragazza mi sorrideva neanche ci credevo… Mi chiamavano “Cicciabomba”, pesavo quasi 100 chili”. Non aiutava certo l’autostima il rapporto con la madre, una grecista severissima: “Considerava le mie canzoni poco meno che spazzatura e a mio padre Vincenzo, convinta di non essere ascoltata, diceva di me: “Il ragazzo è cretino” … Era talmente poca la stima che avevo di me che mi attaccavo all’unico vizio che mi era concesso: il cibo. Mangiavo tutto il giorno. La domenica poi era drammatica. Mi svegliavo nei profumi del ragù che mia nonna aveva messo da ore sul fuoco, ci inzuppavo tre rosette e poi poco prima di mezzogiorno uscivo per andare a messa. All’andata, facevo sosta dal gelataio più buono del quartiere e mi facevo fare una coppa con cioccolato, nocciola e panna con l’amarena e due cialde. Al ritorno idem. Poi il pranzo: la pasta, il filetto, le patatine fritte. Visto che nessuno mi fermava, lo feci io. Arrivato a 94 chili, ma forse anche a 98, dissi basta: “Ma non vedete che sono un baule?””.

Quello tra Venditti e Palermo è un legame fortissimo. "Non perdo l'occasione per tornare da voi - aveva detto recentemente (anche in occasione dell'ultimo concerto) -. Questa è la città di mio nonno e grazie alla musica l'ho vista e conosciuta nelle sue diverse fasi, anche in quelle più difficili come ad esempio subito dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, o durante il processo Andreotti. Non dimenticherò la sensazione che provai il 27 agosto del 1992, allo stadio La Favorita, in una Palermo ferita ma che decise di reagire".

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